giovedì 18 maggio 2017

Pietro

- Scusa, sono in ritardo, per strada c’era un caos tremendo
- Figurati, ormai lo do per scontato.
- Sei arrabbiata?
- No.
- Ti chiedo di perdonarmi.
- Ho detto che non fa niente.
- D’accordo. Hai già ordinato?
- No, ovviamente, a parte due o tre bicchieri di vino mentre aspettavo.
- D’accordo. Possiamo superare la cosa o pensi di farmela pagare per tutta la sera?
- Lascia perdere.  
Lo disse con un filo di voce, Viviana, come fosse stanchissima. Uscire con me le costava pazienza. 
- Hai voglia di qualcosa in particolare? Le chiesi, cercando un punto di rottura nella parete di ghiaccio che si era materializzata tra noi.
- Mi è passata la fame.
Esitai. Pensai che aveva tutte le ragioni di avercela con me, e non solo per quel ritardo, infondo trascurabile, ma per la somma di tutte le distrazioni, le scivolate e le mancanze che avevo accumulato fino a quel momento. Fino alle 20.45 di quella sera. Ci sono momenti, come quello, in cui tutto prende una forma chiara, un peso, come un dipinto impressionista che punto dopo punto arriva a definirsi in un insieme riconoscibile. Noi eravamo a quel punto, e la cosa mi disturbava.
- Vuoi che ce ne andiamo? Dissi.
- Sì. Io me ne vado. Tu fai come vuoi.
Si alzò, mise il cappotto, lasciò venti euro sul tavolo per il suo vino e se ne andò. Mi resi conto di cosa fosse successo solo quando la vidi scomparire dietro la porta del ristorante.

Dopo l’incontro con Viviana mi sentivo preda di una stanchezza profonda. Mi ero sentito umiliato, in quel ristorante, non per come lei se n'era andata, ma perché aveva ragione. Aveva ragione su tutto, sulla mia inettitudine e la mia costante tendenza a rimandare le prese di posizione. Aveva ragione quando diceva che sono un ¬¬¬bambino, anzi, precisava, “un vecchio immaturo”. Aveva ragione quando mi rinfacciava la lista dei miei ritardi, delle scuse, delle scelte che non la includevano.  
Appena entrato in casa lo sguardo cadde su quello che aveva lasciato da me qualche giorno prima: il suo orologio d'argento, l'anello che aveva sfilato per lavare i piatti, gli orecchini che si era tolta prima di fare la doccia. Quei piccoli e luminosi oggetti parlavano di lei: della sua attenzione ai dettagli, la sua cura nel compiere anche i gesti più banali. Viviana era una donna consapevole della propria individualità. Non lasciava nulla al caso. Non era rigida o particolarmente esigente: semplicemente sapeva pensare al di là delle situazioni. Sapeva limitare i danni, se non addirittura evitarli. Era naturale, per lei, preoccuparsi delle conseguenze, programmare le eventualità. Sapeva che il suo anello si sarebbe arrugginito a contatto con l’acqua. Si ricordava di togliere gli orecchini prima di sfilare la sciarpa, per non impigliarli. Queste piccole accortezze la rendevano presente, sapeva sempre dove si trovava, al contrario di me, che brancolavo senza meta per casa e dentro la mia vita.
Mi buttai sul divano, pronto a guardare il soffitto per qualche minuto prima di cena. Sentii qualcosa di duro pungolarmi la schiena; allungai la mano, afferrai l’oggetto e me lo portai davanti agli occhi: era il lettore mp3 di Viviana. L’aveva sempre con sé, ma io non avevo la minima idea di cosa ascoltasse. Lo accesi e mi portai le auricolari alle orecchie. La canzone partì a metà riproduzione, “we’re just two lost souls swimming in a fish bowl”. Dunque Viviana ascoltava i Pink Floyd e io non lo sapevo. Mi sentii ferito da quella notizia. Ebbi la netta sensazione di aver perso tempo. 

Nessun commento:

Posta un commento