sabato 27 maggio 2017

Penso che dovremmo tornare a guardarci in faccia. Che l'abito forse da solo il monaco non lo fa, ma la faccia sì. Gli occhi, lo fanno. Il modo di rivolgersi agli altri, le parole che si scelgono, quelle che si sceglie di non dire. La voglia di fare qualche cosa al di là della lamentela. Riconoscere di essersi sbagliati, chiedere scusa. Aiutare qualcuno, tirarsi indietro quando serve. Questo fa il monaco, e lo fa in cinque minuti.

giovedì 18 maggio 2017

Pietro

- Scusa, sono in ritardo, per strada c’era un caos tremendo
- Figurati, ormai lo do per scontato.
- Sei arrabbiata?
- No.
- Ti chiedo di perdonarmi.
- Ho detto che non fa niente.
- D’accordo. Hai già ordinato?
- No, ovviamente, a parte due o tre bicchieri di vino mentre aspettavo.
- D’accordo. Possiamo superare la cosa o pensi di farmela pagare per tutta la sera?
- Lascia perdere.  
Lo disse con un filo di voce, Viviana, come fosse stanchissima. Uscire con me le costava pazienza. 
- Hai voglia di qualcosa in particolare? Le chiesi, cercando un punto di rottura nella parete di ghiaccio che si era materializzata tra noi.
- Mi è passata la fame.
Esitai. Pensai che aveva tutte le ragioni di avercela con me, e non solo per quel ritardo, infondo trascurabile, ma per la somma di tutte le distrazioni, le scivolate e le mancanze che avevo accumulato fino a quel momento. Fino alle 20.45 di quella sera. Ci sono momenti, come quello, in cui tutto prende una forma chiara, un peso, come un dipinto impressionista che punto dopo punto arriva a definirsi in un insieme riconoscibile. Noi eravamo a quel punto, e la cosa mi disturbava.
- Vuoi che ce ne andiamo? Dissi.
- Sì. Io me ne vado. Tu fai come vuoi.
Si alzò, mise il cappotto, lasciò venti euro sul tavolo per il suo vino e se ne andò. Mi resi conto di cosa fosse successo solo quando la vidi scomparire dietro la porta del ristorante.

Dopo l’incontro con Viviana mi sentivo preda di una stanchezza profonda. Mi ero sentito umiliato, in quel ristorante, non per come lei se n'era andata, ma perché aveva ragione. Aveva ragione su tutto, sulla mia inettitudine e la mia costante tendenza a rimandare le prese di posizione. Aveva ragione quando diceva che sono un ¬¬¬bambino, anzi, precisava, “un vecchio immaturo”. Aveva ragione quando mi rinfacciava la lista dei miei ritardi, delle scuse, delle scelte che non la includevano.  
Appena entrato in casa lo sguardo cadde su quello che aveva lasciato da me qualche giorno prima: il suo orologio d'argento, l'anello che aveva sfilato per lavare i piatti, gli orecchini che si era tolta prima di fare la doccia. Quei piccoli e luminosi oggetti parlavano di lei: della sua attenzione ai dettagli, la sua cura nel compiere anche i gesti più banali. Viviana era una donna consapevole della propria individualità. Non lasciava nulla al caso. Non era rigida o particolarmente esigente: semplicemente sapeva pensare al di là delle situazioni. Sapeva limitare i danni, se non addirittura evitarli. Era naturale, per lei, preoccuparsi delle conseguenze, programmare le eventualità. Sapeva che il suo anello si sarebbe arrugginito a contatto con l’acqua. Si ricordava di togliere gli orecchini prima di sfilare la sciarpa, per non impigliarli. Queste piccole accortezze la rendevano presente, sapeva sempre dove si trovava, al contrario di me, che brancolavo senza meta per casa e dentro la mia vita.
Mi buttai sul divano, pronto a guardare il soffitto per qualche minuto prima di cena. Sentii qualcosa di duro pungolarmi la schiena; allungai la mano, afferrai l’oggetto e me lo portai davanti agli occhi: era il lettore mp3 di Viviana. L’aveva sempre con sé, ma io non avevo la minima idea di cosa ascoltasse. Lo accesi e mi portai le auricolari alle orecchie. La canzone partì a metà riproduzione, “we’re just two lost souls swimming in a fish bowl”. Dunque Viviana ascoltava i Pink Floyd e io non lo sapevo. Mi sentii ferito da quella notizia. Ebbi la netta sensazione di aver perso tempo. 

lunedì 17 aprile 2017

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
E ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
Le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
Non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
Le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.


Eugenio Montale



giovedì 19 gennaio 2017

Poesia Selvaggia - Nizar Qabbani

(...)
Mia corolla di fiori, mia foresta d'henné, proteggimi.
Spogliati...
e lascia cadere la pioggia sulla mia sete.
Consumati come cera nella mia bocca
e impastati con ogni mia parte...
Spogliati...
e separa le mie labbra... come fece Mosè nel Sinai.

lunedì 16 gennaio 2017

Eco.

Mi ritrovai sul sagrato di Piazza S. Anna. Non c’era nessuno. Il sole di agosto arroventava le pietre che lastricavano l’intero piazzale, riflettendo scaglie di luce. Camminai con cautela, facendo attenzione a non scivolare, guardando le punte delle mie Jimmy Choo di vernice, finché mi ritrovai di fronte all’enorme portone della chiesa. Era aperto, ma la luce mi impediva di vedere all’interno. Tutto attorno era silenzioso, il sole mi bruciava le caviglie. Non c’era anima viva. Mi voltai a osservare il sagrato: in mezzo ai ciottoli spuntavano ciuffi d’erba e muschio; la statua di Sant’Anna, al centro, aveva un aspetto ruvido e consunto; la fontanella era asciutta. Ricordai i pomeriggi passati a inseguirci su quel sagrato, dopo la scuola, trent’anni fa. Mi chiesi che fine avessero fatto i miei compagni di allora, e assieme a loro l’entusiasmo che ci accompagnava. Chissà se qualcuno di loro lo aveva conservato, se erano ancora in paese oppure tutti quanti erano fuggiti, come me. Non tornavo in quel luogo da vent’anni. Mi sedetti sulla gradinata di marmo e cercai le sigarette. Ne accesi una, nonostante la calura del sole mi corrodesse. Fumai con calma, immaginando ancora le corse dei miei compagni tra le colonne del portico, chiedendomi se qualcuno di loro si fosse sposato proprio lì, qualche anno dopo. Forse qualcuno ci aveva fatto il funerale. Quel pensiero mi diede un brivido. Spensi il mozzicone sul gradino, cercando con lo sguardo un bidone della spazzatura. Non ce n’erano. Mi alzai e gettai la cicca oltre il piazzale, dentro un tombino. Buttai fuori l’ultima boccata di fumo, avviandomi verso il portone. Giunta lì davanti mi fermai, esitando qualche secondo. Poi chiusi con una mano un bottone della camicia ed entrai, cercando di fare poco rumore con i tacchi. La frescura della chiesa mi diede sollievo immediato, spingendomi a proseguire. L’odore di cera mi riportava agli anni del catechismo, delle liturgie di maggio, di suor Maria. La luce del sole filtrava dalle vetrate colorate, le panche ordinate (sembravano quelle di allora, di legno scuro) erano tutte vuote. Immersi le dita nell’acqua santa, freschissima, e accennai un segno della croce, provando una strana vergogna. In fondo alla navata si stagliava l’altare, lo stesso, completamente vuoto a parte un grosso cero bianco. Avanzai appoggiando le mani sulle panche alla mia sinistra. Camminavo piano, guardando il grosso crocifisso che sovrastava l’altare. Nell’ampio edificio risuonava solo il suono dei mie passi, come in processione. Arrivata quasi in fondo, mi fermai ed entrai in una delle file, sedendomi con cautela. La panca scricchiolò provocando un’eco lungo la navata. Mi voltai: non c’era nessuno. Guardai il crocifisso. Il Cristo pendeva sofferente, il sangue rosso gocciolava dai palmi, dal costato e dai piedi. Il suo capo, chino, ferito dalle spine, celava un volto che ricordavo bene. Quel volto mi aveva affascinato fin da bambina. Nonostante le ferite e il dolore, io scorgevo in quello sguardo un sorriso, una pace che mi rincuorava. Non avevo mai detto a nessuno di questa mia impressione, ma ricordavo i minuti passati ad osservare, dal basso, quel viso. Credevo mi guardasse a sua volta.
Distolsi lo sguardo. Osservai le mie cosce tese dentro la gonna, le ginocchia appena scoperte. Mi alzai, stirando il tessuto scuro verso il basso, in un impeto di insensato pudore. Mi inginocchiai. La panca scricchiolò di nuovo, con un suono che ritrovai nella mia memoria. Sentii l’odore di quel legno. Unii le mani di fronte a me, gli avambracci appoggiati allo schienale di fronte. Istintivamente chinai la testa. I pensieri più assurdi cominciarono ad accavallarsi nella mia mente: pensai all’appuntamento dal dentista, alle calze smagliate di mia madre, al mendicante che avevo intravisto dal taxi due giorni prima. Pensai a Claudio e al nostro ultimo incontro, come sempre fuggevole e feroce, al rapporto sessuale che avevamo avuto, particolarmente irruento. Cercai di distrarmi, ma più ci provavo e più quell’incontro mi tornava alla mente nei suoi dettagli più vivi. Non riuscivo a distogliere il pensiero dalle sue mani, dai baci e dalla veemenza con cui mi aveva presa quel pomeriggio. Mi vergognai di pensare a quell’incontro proprio lì, davanti al crocifisso. Lo scacciai e provai a pregare. Alla mia mente si affacciarono le preghiere studiate a memoria tanti anni prima, di cui allora (e forse anche oggi) ignoravo completamente il significato; erano soltanto suoni, noiosi e ipnotici, pronunciati senza intenzione. Mi concentrai. Inspiegabilmente, alla mia mente affiorò il pensiero che per tanto tempo avevo cercato di far scomparire, credendo persino di esserci riuscita: il vivaio. Il mio vivaio, rigoglioso e pulsante, lastricato di piante e fiori di ogni genere, rose, erbe aromatiche, bonsai, gerbere. La porta a vetri, il campanello. Il cartello vendesi, arancione, che avevo visto appeso su quel muro, e il numero di telefono stampato nella memoria. Lo schiaffo di Pietro quando gliene avevo parlato. Il sangue dal labbro. Il bruciore di quelle dita sul mio viso. La rabbia. La frustrazione. La depressione. I miei occhi neri. I capelli non lavati per giorni. Le ossa che spuntavano dai vestiti. Lo smalto rotto. 
Il vivaio. Mi concentrai su quella parola, la ripetei molte volte dentro la testa e poi a bassa voce, finché persi la cognizione del suo contenuto e la trasformai in un suono, una litania. Non so per quanto tempo andai avanti, forse qualche minuto, forse un’ora. Quando riemersi da quell’eco mi sentii come strappata improvvisamente da un sogno. Mi accorsi di aver chiuso gli occhi. La chiesa era immersa nella penombra, in silenzio assoluto; ripresi a sentire l’odore della cera e del legno. Mi alzai. Le ginocchia erano livide e doloranti. Mi sistemai lentamente i capelli, la camicia e la gonna, poi sgusciai fuori dalla panca e, con un ultimo sguardo al Cristo, mi inchinai. Poi mi voltai e uscii. 
Il sole mi colpì in pieno viso. Accesi una sigaretta, avviandomi verso la macchina. Dunque questo è pregare a cinquant’anni, pensai. Per la prima volta sapevo cosa fare.