giovedì 29 dicembre 2016

Lodovica arrivò puntuale, prima di tutti gli altri. Le aprii la porta senza nemmeno chiedere chi fosse, sapevo che era lei. Aveva in mano una bottiglia di vino buono e una torta confezionata, di quelle del supermercato. Entrò senza rispondere al mio saluto, solo mugugnando qualcosa a labbra chiuse, appoggiando la torta e il vino sul tavolo della cucina. Indossava una gonna di velluto nera, calze color vinaccia, un maglioncino a righe e la sua sciarpa arancione buttata alla bell’e meglio su un cappottino di fustagno consumato. Ai piedi due stivaletti neri, i soliti. A guardarla le si sarebbero dati esattamente i suoi anni: trentuno e mezzo. Per me quei sei mesi erano evidenti. Avevo visto disegnarsi attorno ai suoi occhi quelle piccole rughe, come ventagli di carta. Sulle sue tempie, in trasparenza, avevo visto affiorare le due vene verdastre, una per lato. E in mezzo alla sua foltissima chioma corvina avevo assistito allo spuntare di un lungo capello grigio, spesso e ritorto. Di tutto questo, naturalmente, non avevo mai fatto cenno, e continuavo a dirle che ne dimostrava al massimo ventotto.
Dopo essere entrata si era sistemata sullo sgabello della cucina, addentando un panino vuoto.
-          Hai fame? le chiesi
-          Non lo so… possiamo aprire il vino?
-          Aspettiamo gli altri. Vuoi una birra, nel frattempo?
Fece di sì con la testa.
Presi una birra dal frigo e la versai in due bicchieri. Lei aveva il suo preferito, l’ultimo rimasto di un servizio preso coi punti dell’esselunga.
-          Come è andata?
-          Non mi va di parlarne.
-          Mi dispiace non essere potuto venire. Ti ho chiamato, nel pomeriggio, ma non hai risposto.
Non disse niente, continuava a guardare il pavimento.
-          Lodo… mi dispiace.
-          Di che cosa?
-          Di tutto.
-          Un tutto che non è più niente, Fabrizio. Quindi non dispiacerti.
-          Ok.
Le diedi un bacio rapidissimo sulla guancia e le accarezzai una spalla, spostandole i capelli indietro. La trovavo bellissima. “Ti voglio bene”, dissi. Lei accennò un sorriso e rispose “Lo so”.

In quel momento suonò il campanello, erano arrivati tutti. Linda, Giulio, Carlotta e Massimo.
Gli amici di sempre, perennemente in ritardo, ma con vino in abbondanza e biscotti fatti in casa. Ci salutammo nel caos generale che subito si era creato, felici di rivederci ancora una volta. Era la sera di capodanno. Dopo i convenevoli cominciammo a prendere l’aperitivo, ognuno seduto dove preferiva. Casa mia era un po’ anche casa loro, erano sempre andati e venuti senza invito. Mi piaceva questo nostro rapporto di confidenza e fiducia. Erano la mia famiglia.
La conversazione galleggiava tra gli ultimi aggiornamenti di gossip sugli amici assenti. Linda stava parlando di Maddalena e Cristian, una coppia di amici che da tempo non si vedeva più per motivi che non ci era dato sapere. Trovavano sempre una scusa per non uscire.
-          A quanto pare Madda è incinta. Ha fatto le cure, era gonfia come un pallone, me l’ha detto Marica. Non la invidio! Un figlio… da Cristian, poi! Per carità!
-          Perché parli così? Se lo desideravano…  disse Massimo
-          Massimo, ma ti ricordi come si sono conosciuti? Su un sito di incontri!
-          E allora? E’ un mezzo come un altro.
-          Ma per piacere! Sbottò Linda. Carlotta, non ho raigone?
-          Beh, effettivamente sono una coppia un pochino strana… in ogni caso un figlio adesso non lo vorrei proprio… adesso che forse finalmente avrò la promozione. Mi rovinerebbe completamente i piani.
-          Comunque secondo me non è di Cristian. Intervenne Giulio
-          E tu che ne sai?
-          Non lo so, è solo una sensazione…
Sorridemmo tutti. Poi Linda continuò
-          Pare che al giorno d’oggi vada di moda figliare. E’ così incoerente. Ci lamentiamo del mondo e continuiamo a produrre fagottini innocenti. Che senso ha?
-          Non la metterei su un piano sociologico – disse Carlotta – piuttosto sulla necessità biologica. Cosa che io non sento minimamente.
-          Io credo che molte donne siano convinte che senza figli non ci si senta realizzate. E’ una cazzata incredibile. Lodo, che dici?
-          Non lo so - Rispose Lodovica.
-          Accidenti, interessante! Fabrizio, ma anche tu sei muto stasera?
-          Scusate ragazzi, non sono molto ferrato sul tema.
Con la coda dell’occhio notai l’espressione rigida di Lodovica e le sue mani aggrappate al bordo dello sgabello.
-          Non serve essere ferrati, è sufficiente un’opinione -  disse Linda.
-          Non è un’opinione - disse Lodovica con un filo di voce -  e voi siete delle teste di cazzo.
-          Ehi! Che ti prende? Sei pazza? Ribattè Linda.
Guardai Lodovica. Aveva le mascelle strette e potevo vedere la sua tempia pulsare, le mani ancora strette allo sgabello. Eravamo tutti in silenzio.
 Scusate, disse. Si alzò e salì in bagno. Buttai l’asciugamano sul tavolo e la seguii, su per le scale buie.

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