venerdì 30 dicembre 2016

I tuoi occhi - Hikmet

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
che tu venga all'ospedale o in prigione
nei tuoi occhi porti sempre il sole.
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
questa fine di maggio, dalle parti d'Antalya,
sono così, le spighe, di primo mattino;
i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
quante volte hanno pianto davanti a me
son rimasti tutti nudi, i tuoi occhi,
nudi e immensi come gli occhi di un bimbo
ma non un giorno han perso il loro sole;
i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
che s'illanguidiscano un poco, i tuoi occhi
gioiosi, immensamente intelligenti, perfetti:
allora saprò far echeggiare il mondo
del mio amore.
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
così sono d'autunno i castagneti di Bursa
le foglie dopo la pioggia
e in ogni stagione e ad ogni ora, Istanbul.
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
verrà un giorno, mia rosa, verrà un giorno
che gli uomini si guarderanno l'un l'altro
fraternamente
con i tuoi occhi, amor mio,
si guarderanno con i tuoi occhi.

giovedì 29 dicembre 2016

Lodovica arrivò puntuale, prima di tutti gli altri. Le aprii la porta senza nemmeno chiedere chi fosse, sapevo che era lei. Aveva in mano una bottiglia di vino buono e una torta confezionata, di quelle del supermercato. Entrò senza rispondere al mio saluto, solo mugugnando qualcosa a labbra chiuse, appoggiando la torta e il vino sul tavolo della cucina. Indossava una gonna di velluto nera, calze color vinaccia, un maglioncino a righe e la sua sciarpa arancione buttata alla bell’e meglio su un cappottino di fustagno consumato. Ai piedi due stivaletti neri, i soliti. A guardarla le si sarebbero dati esattamente i suoi anni: trentuno e mezzo. Per me quei sei mesi erano evidenti. Avevo visto disegnarsi attorno ai suoi occhi quelle piccole rughe, come ventagli di carta. Sulle sue tempie, in trasparenza, avevo visto affiorare le due vene verdastre, una per lato. E in mezzo alla sua foltissima chioma corvina avevo assistito allo spuntare di un lungo capello grigio, spesso e ritorto. Di tutto questo, naturalmente, non avevo mai fatto cenno, e continuavo a dirle che ne dimostrava al massimo ventotto.
Dopo essere entrata si era sistemata sullo sgabello della cucina, addentando un panino vuoto.
-          Hai fame? le chiesi
-          Non lo so… possiamo aprire il vino?
-          Aspettiamo gli altri. Vuoi una birra, nel frattempo?
Fece di sì con la testa.
Presi una birra dal frigo e la versai in due bicchieri. Lei aveva il suo preferito, l’ultimo rimasto di un servizio preso coi punti dell’esselunga.
-          Come è andata?
-          Non mi va di parlarne.
-          Mi dispiace non essere potuto venire. Ti ho chiamato, nel pomeriggio, ma non hai risposto.
Non disse niente, continuava a guardare il pavimento.
-          Lodo… mi dispiace.
-          Di che cosa?
-          Di tutto.
-          Un tutto che non è più niente, Fabrizio. Quindi non dispiacerti.
-          Ok.
Le diedi un bacio rapidissimo sulla guancia e le accarezzai una spalla, spostandole i capelli indietro. La trovavo bellissima. “Ti voglio bene”, dissi. Lei accennò un sorriso e rispose “Lo so”.

In quel momento suonò il campanello, erano arrivati tutti. Linda, Giulio, Carlotta e Massimo.
Gli amici di sempre, perennemente in ritardo, ma con vino in abbondanza e biscotti fatti in casa. Ci salutammo nel caos generale che subito si era creato, felici di rivederci ancora una volta. Era la sera di capodanno. Dopo i convenevoli cominciammo a prendere l’aperitivo, ognuno seduto dove preferiva. Casa mia era un po’ anche casa loro, erano sempre andati e venuti senza invito. Mi piaceva questo nostro rapporto di confidenza e fiducia. Erano la mia famiglia.
La conversazione galleggiava tra gli ultimi aggiornamenti di gossip sugli amici assenti. Linda stava parlando di Maddalena e Cristian, una coppia di amici che da tempo non si vedeva più per motivi che non ci era dato sapere. Trovavano sempre una scusa per non uscire.
-          A quanto pare Madda è incinta. Ha fatto le cure, era gonfia come un pallone, me l’ha detto Marica. Non la invidio! Un figlio… da Cristian, poi! Per carità!
-          Perché parli così? Se lo desideravano…  disse Massimo
-          Massimo, ma ti ricordi come si sono conosciuti? Su un sito di incontri!
-          E allora? E’ un mezzo come un altro.
-          Ma per piacere! Sbottò Linda. Carlotta, non ho raigone?
-          Beh, effettivamente sono una coppia un pochino strana… in ogni caso un figlio adesso non lo vorrei proprio… adesso che forse finalmente avrò la promozione. Mi rovinerebbe completamente i piani.
-          Comunque secondo me non è di Cristian. Intervenne Giulio
-          E tu che ne sai?
-          Non lo so, è solo una sensazione…
Sorridemmo tutti. Poi Linda continuò
-          Pare che al giorno d’oggi vada di moda figliare. E’ così incoerente. Ci lamentiamo del mondo e continuiamo a produrre fagottini innocenti. Che senso ha?
-          Non la metterei su un piano sociologico – disse Carlotta – piuttosto sulla necessità biologica. Cosa che io non sento minimamente.
-          Io credo che molte donne siano convinte che senza figli non ci si senta realizzate. E’ una cazzata incredibile. Lodo, che dici?
-          Non lo so - Rispose Lodovica.
-          Accidenti, interessante! Fabrizio, ma anche tu sei muto stasera?
-          Scusate ragazzi, non sono molto ferrato sul tema.
Con la coda dell’occhio notai l’espressione rigida di Lodovica e le sue mani aggrappate al bordo dello sgabello.
-          Non serve essere ferrati, è sufficiente un’opinione -  disse Linda.
-          Non è un’opinione - disse Lodovica con un filo di voce -  e voi siete delle teste di cazzo.
-          Ehi! Che ti prende? Sei pazza? Ribattè Linda.
Guardai Lodovica. Aveva le mascelle strette e potevo vedere la sua tempia pulsare, le mani ancora strette allo sgabello. Eravamo tutti in silenzio.
 Scusate, disse. Si alzò e salì in bagno. Buttai l’asciugamano sul tavolo e la seguii, su per le scale buie.

domenica 25 dicembre 2016

parentesi

Rientrai dal pranzo di Natale. C’erano zia Clelia e i cugini. C’era l’anziana vicina di casa, che era sola. Mamma aveva pensato a tutto. Avevo ricevuto alcuni regali, impacchettati male. Una sciarpa di lana, verde. Una candela decorata a mano. Un cd di musiche tradizionali croate, evidentemente riciclato. La vicina mi aveva dato 25 euro. Mamma e papà 150. Più gli avanzi nelle vaschette di alluminio, con la data scritta sopra.
Faceva un freddo cane, le dita si tagliavano attorno ai manici delle borse, mentre salivo le scale di casa.
Mi accorsi di un mozzicone sui gradini. Sicuramente della sera prima, qualcuno degli amici che avevo ospitato. Lo raccolsi.
Entrai. Buttai le borse sul pavimento. Presi l’accendino e uscii. Rimasi appoggiata alla porta, accesi il mozzicone, aspirando. Fumai quel che ne restava, più parte del filtro. Mi piacque, non fumavo da anni. Mi venne voglia di continuare, prolungare quel gesto inutile. Non avevo sigarette con me, non ne avevo da tempo. Avevo finito anche quelle nascoste. Avevo finito quelle in macchina. Pensai che uscire per andare a comprarne fosse una follia. Non volevo quella responsabilità, avrei voluto solo trovarne una decina, fumarle fuori dalla porta, e poi più niente.