venerdì 25 novembre 2016

Pietro


- Scusa, sono in ritardo, per strada c’era un caos tremendo.

- Figurati, ormai lo do per scontato.

- Sei arrabbiata?

- No.

- Ti chiedo di perdonarmi.

- Ho detto che non fa niente.

- D’accordo. Hai già ordinato?

- No, ovviamente, a parte due o tre bicchieri di vino mentre aspettavo.

- D’accordo. Possiamo superare la cosa o pensi di farmela pagare per tutta la sera?
- Lascia perdere. 
Lo disse con un filo di voce, Viviana, come fosse stanchissima. Uscire con me le costava pazienza. E cosa otteneva in cambio?
- Hai voglia di qualcosa in particolare? Le chiesi, cercando di trafiggere lo schermo di ghiaccio che si era materializzato tra noi.
- Mi è passata la fame.
Esitai. Pensai che aveva tutte le ragioni di avercela con me, e non solo per quel ritardo, infondo trascurabile, ma per la somma di tutte le distrazioni, le scivolate e le mancanze che avevo accumulato fino a quel momento. Fino alle 20.45 di quella sera. Ci sono momenti, come quello, in cui tutto prende una forma chiara, un peso, come un dipinto impressionista che punto dopo punto arriva a definirsi in un insieme riconoscibile. Noi eravamo a quel punto, e la cosa mi disturbava.
-  Vuoi che ce ne andiamo? Dissi.
- Sì. Io me ne vado. Tu fai come vuoi.
Si alzò, mise il cappotto, lasciò venti euro sul tavolo per il suo vino e se ne andò. Mi resi conto di cosa fosse successo solo quando la vidi scomparire dietro la porta del ristorante.
Merda, pensai. Merda. 
Tornando a casa mi sentii preda di una stanchezza profonda. Mi ero sentito umiliato, in quel ristorante, non per come lei se n'era andata, ma perché aveva ragione. Aveva ragione su tutto, sulla mia inettitudine e la mia costante tendenza a rimandare le prese di posizione. Aveva ragione quando diceva che sono un ­­­bambino, anzi, precisava, un “vecchio immaturo”. Aveva ragione quando mi rinfacciava la lista dei miei ritardi, delle scuse, delle scelte che non la includevano. 
Appena entrato lo sguardo cadde su quello che aveva lasciato da me qualche giorno prima: il suo orologio d'argento, l'anello che aveva sfilato per lavare i piatti, gli orecchini che si era tolta prima di fare la doccia. Quei piccoli e luminosi oggetti parlavano di lei: della sua attenzione ai dettagli, la sua cura nel compiere anche i gesti più banali. Viviana era una donna consapevole della propria individualità. Non lasciava nulla al caso. Non era rigida o particolarmente esigente: semplicemente sapeva pensare al di là delle situazioni. Sapeva limitare i danni, se non addirittura evitarli. Era naturale, per lei, preoccuparsi delle conseguenze, programmare le eventualità. Sapeva che il suo anello si sarebbe arrugginito a contatto con l’acqua. Intuiva di dover togliere gli orecchini prima della sciarpa. Queste piccole accortezze la rendevano presente, sapeva sempre dove si trovava, al contrario di me, che brancolavo senza meta per casa e dentro la mia vita.
Mi buttai sul divano, pronto a guardare il soffitto per qualche minuto prima di cena. Sotto la schiena, però, qualcosa mi infastidì; afferrai l’oggetto e me lo portai davanti agli occhi: era il lettore mp3 di Viviana. L’aveva sempre con sé, ma io non avevo la minima idea di cosa ascoltasse. Lo accesi e mi portai le auricolari alle orecchie. La canzone partì a metà riproduzione, proprio sulla frase “we’re just two lost souls swimming in a fish bowl”. Dunque Viviana ascoltava i Pink Floyd e io non lo sapevo, né l’avrei mai immaginato. Mi sentii ferito da quella notizia. Ebbi la netta sensazione di aver perso tempo. 








sabato 5 novembre 2016

Due bicchieri pieni di un perfetto crème caramel rivisitato, scaglie di cioccolato e mousse alla fragola. L’esattezza della loro disposizione sul tavolo, la loro inquadratura. Ecco la mia vita. Due per due, due cucchiaini, due modi di raschiare il bicchiere. Buono, troppo dolce, la prossima volta più panna.
Ogni giorno, per sempre, due di due. Berrò dal tuo bicchiere e tu dal mio, scambieremo le forchette. La prossima volta sbaglierò ancora, non mi ricorderò. Non avrà nessun valore il nostro dopocena di stasera, scorderò l’ingrediente che mancava. Vetro, acciaio, la stessa liturgia. E ancora ci diremo troppo dolce? Meno panna? O arriveremo a non dircelo più, a tenerci il nostro cucchiaino, ognuno a lavare il suo bicchiere. Io ti odierò, per quanto ci metti a mangiare il primo strato, e già odio il modo in cui al rovescio porti in bocca il cucchiaino. Io ti odio, amore, odio la mia vita insieme a te. Odio prepararti questo dolce, dimentico che lo mangerai. Lo preparo con gelosia e rigore, per il mio gusto e il mio palato, scordando il tuo. Desidero deludere le tue aspettative, spingerti a sputarlo e a pensarmi un incapace. Io voglio fallire, tesoro, per salvarci dallo scempio della noia.