martedì 7 giugno 2016

Livia è al sole. Cammina dentro la striscia di luce ritagliata tra le case, di sanpietrini roventi. Le espadrillas sembrano sciogliersi a ogni passo e colare tra le fessure del selciato, ma lei è più veloce. L’aria sa di pane, il cielo è pulito, non c’è anima viva. Solo qualche radio accesa soffia un po’ di musica fuori dal balcone, assopita. Tutto quanto sonnecchia. Anche il fioraio è chiuso, la serranda a metà.
Livia gode l’assenza di presenze umane. Assapora la sensazione di minuscoli occhi attorno a sé: lucertole a cuocere sui muretti, formiche ordinate lungo le grondaie, rondini sospese sui cavi elettrici. Cerca di fare poco rumore coi suoi passi che scandiscono un tempo asciutto e giallo. Avanza con il portamento di chi ha una meta. Il paese sembra abbracciarla, le finestre semichiuse le ricordano enormi palpebre appesantite, pronte per il riposino del dopopranzo. Il pomeriggio si srotola davanti a lei e si consuma svelto bruciandole la schiena. Non ha una meta, ma accarezza l’idea. Si accontenta di immaginare una persona ad aspettarla, in attesa dentro la stanza fresca di una casa bianca, antica, con qualcosa di nuovo da dirle...
Livia è sola.