giovedì 6 settembre 2012

about:blank

Penso alle mani di mia nonna.
Al loro ruvido calore, estate o inverno che fosse. Provo a respirarle. Prima che sapessero di analgesico profumavano di basilico e pomodoro. 
Penso al giorno in cui i farmaci riuscirono a stordirla, a paralizzarla, a renderla una maschera oscena incapace di chiudere la bocca. Ero certa che stesse morendo, che la sua mano nella mia si sarebbe raffreddata. Ero certa che sarebbe rimasta lì storta sul suo divano per sempre. 
Non pensavo potesse esserci di peggio. 
Il peggio ci fu. Fu quella stanza disinfettata e il viola dei suoi lividi. Furono i buchi nelle braccia, fu la sua vigile assenza. Fu la violenza di quel ferro nella gamba, furono i suoi occhi pazzi. 
Fu la frenesia. 
Volevo urlare di fermarsi, a tutti, e vivere quei sordi momenti con consapevolezza. E invece correvano. Correvano, non avevano capito. Lei, più di tutti, correva a casa immaginando di riaverla. 
Desiderai che si spegnesse. 
Non sopportavo quel respiro che sembrava una preghiera. Non sopportavo quelle braccia. Non sopportavo i suoi capelli bianchi che crescevano. Non sopportavo la follia che aveva negli occhi. Non sopportavo quella magrezza. 
Niente mi faceva credere che stesse vivendo, piansi tutto in quei giorni. Non ebbi niente da versare sulla sua tomba. 
Ora piango quel che di lei si vuole dimenticare. Quell’armadio rotto. I cuscini. Le decine di orribili soprammobili di ceramica. Fanno schifo, cazzo, ma dentro c’è lei. Sono bellissimi. 
Vorrei tanto credere in qualcosa che non posso toccare, nonna, e non avere paura di buttare via tutti quei soprammobili. 
... Puoi sentirmi?

1 commento: