venerdì 29 settembre 2017

hic

Il tempo è poco per le cose importanti, molto per quelle inutili.
Non voglio più perderne, voglio perderne molto.
M’impasto le mani col fondo del caffè. Lascio che il pomeriggio passi tutto dentro i nodi del tappeto. Due tisane vanno bene, è inutile chiederselo. Il sugo lo mangio col pane, la pasta scondita. Non apparecchio la tavola. Sporco due magliette. Due docce bollenti, lunghe. Lavo i capelli anche se sono puliti. Inizio un altro libro, anche se manca poco alla fine del primo. Appoggio il bicchiere per terra. Accendo un altro bastoncino d’incenso, per vedere il fumo. Non conto i biscotti. Bevo una birra da sola. Rileggo una email. Rileggo un messaggio. Farsi male va bene. Lo yogurt viene da dove hai fatto il militare.
Tolgo i calzini. Metto la canottiera col buco. Mi pettino anche se non uscirò.
Prego.
Rimugino, vado a scavare. Pulisco i peperoni, buttare i semi mi dà fastidio. Mi scotto le labbra. Non cambio le lenzuola ogni settimana. Cambio profumo. Invento una scusa per non partecipare. Penso agli altri.
Spero piova, spero non smetta. Voglio le scarpe rosse, ogni anno le guardo. Sposto i capelli dall’altra parte.
Sto sbagliando, sto facendo bene. Rimando.
Sei tu, è l’idea, è un pensiero, è un sogno, è un incubo, è un’invenzione, è folle, è giusto, è reale, è comprensibile, è inutile, non è. 

sabato 23 settembre 2017

Mi piacciono certi gesti, in certe persone. 
Togliersi gli occhiali, tenerli in mano e reinfilarli, dopo un po'. Ravvivare i capelli. Soffiare fuori il fumo della sigaretta​,​ socchiudendo gli occhi. Bere. Tenere in mano la penna. Portare la mano alla bocca durante una risata. Schiarirsi la voce. Tenere in mano una tazza bollente con entrambe le mani oppure solo per il manico. Toccare la spalla della persona con cui si sta parlando. Dire di sì​, ​di no. Ascoltare. Fare uno scarabocchio sovrappensiero. Firmare. Tenere in mano un libro con una sola mano e scorrere le righe con gli occhi. Portare i capelli dietro l'orecchio. Mescolare il caffè. Piangere. Rispondere al telefono allontanandosi. Estrarre qualcosa dalla tasca. Interrompere qualcuno. Versarsi del vino. Tamburellare con le dita​ sul tavolo​. Chiamare qualcuno da lontano. Appoggiarsi al muro. Usare il mouse. Usare un touch. Sfogliare una pagina. Guardare da sotto gli occhiali. Inarcare il sopracciglio. Stringersi nel maglione. Mangiare. Strofinare le mani l'una con l'altra. Sorridere abbassando lo sguardo. Dormire.

sabato 27 maggio 2017

Penso che dovremmo tornare a guardarci in faccia. Che l'abito forse da solo il monaco non lo fa, ma la faccia sì. Gli occhi, lo fanno. Il modo di rivolgersi agli altri, le parole che si scelgono, quelle che si sceglie di non dire. La voglia di fare qualche cosa al di là della lamentela. Riconoscere di essersi sbagliati, chiedere scusa. Aiutare qualcuno, tirarsi indietro quando serve. Questo fa il monaco, e lo fa in cinque minuti.

giovedì 18 maggio 2017

Pietro

- Scusa, sono in ritardo, per strada c’era un caos tremendo
- Figurati, ormai lo do per scontato.
- Sei arrabbiata?
- No.
- Ti chiedo di perdonarmi.
- Ho detto che non fa niente.
- D’accordo. Hai già ordinato?
- No, ovviamente, a parte due o tre bicchieri di vino mentre aspettavo.
- D’accordo. Possiamo superare la cosa o pensi di farmela pagare per tutta la sera?
- Lascia perdere.  
Lo disse con un filo di voce, Viviana, come fosse stanchissima. Uscire con me le costava pazienza. 
- Hai voglia di qualcosa in particolare? Le chiesi, cercando un punto di rottura nella parete di ghiaccio che si era materializzata tra noi.
- Mi è passata la fame.
Esitai. Pensai che aveva tutte le ragioni di avercela con me, e non solo per quel ritardo, infondo trascurabile, ma per la somma di tutte le distrazioni, le scivolate e le mancanze che avevo accumulato fino a quel momento. Fino alle 20.45 di quella sera. Ci sono momenti, come quello, in cui tutto prende una forma chiara, un peso, come un dipinto impressionista che punto dopo punto arriva a definirsi in un insieme riconoscibile. Noi eravamo a quel punto, e la cosa mi disturbava.
- Vuoi che ce ne andiamo? Dissi.
- Sì. Io me ne vado. Tu fai come vuoi.
Si alzò, mise il cappotto, lasciò venti euro sul tavolo per il suo vino e se ne andò. Mi resi conto di cosa fosse successo solo quando la vidi scomparire dietro la porta del ristorante.

Dopo l’incontro con Viviana mi sentivo preda di una stanchezza profonda. Mi ero sentito umiliato, in quel ristorante, non per come lei se n'era andata, ma perché aveva ragione. Aveva ragione su tutto, sulla mia inettitudine e la mia costante tendenza a rimandare le prese di posizione. Aveva ragione quando diceva che sono un ¬¬¬bambino, anzi, precisava, “un vecchio immaturo”. Aveva ragione quando mi rinfacciava la lista dei miei ritardi, delle scuse, delle scelte che non la includevano.  
Appena entrato in casa lo sguardo cadde su quello che aveva lasciato da me qualche giorno prima: il suo orologio d'argento, l'anello che aveva sfilato per lavare i piatti, gli orecchini che si era tolta prima di fare la doccia. Quei piccoli e luminosi oggetti parlavano di lei: della sua attenzione ai dettagli, la sua cura nel compiere anche i gesti più banali. Viviana era una donna consapevole della propria individualità. Non lasciava nulla al caso. Non era rigida o particolarmente esigente: semplicemente sapeva pensare al di là delle situazioni. Sapeva limitare i danni, se non addirittura evitarli. Era naturale, per lei, preoccuparsi delle conseguenze, programmare le eventualità. Sapeva che il suo anello si sarebbe arrugginito a contatto con l’acqua. Si ricordava di togliere gli orecchini prima di sfilare la sciarpa, per non impigliarli. Queste piccole accortezze la rendevano presente, sapeva sempre dove si trovava, al contrario di me, che brancolavo senza meta per casa e dentro la mia vita.
Mi buttai sul divano, pronto a guardare il soffitto per qualche minuto prima di cena. Sentii qualcosa di duro pungolarmi la schiena; allungai la mano, afferrai l’oggetto e me lo portai davanti agli occhi: era il lettore mp3 di Viviana. L’aveva sempre con sé, ma io non avevo la minima idea di cosa ascoltasse. Lo accesi e mi portai le auricolari alle orecchie. La canzone partì a metà riproduzione, “we’re just two lost souls swimming in a fish bowl”. Dunque Viviana ascoltava i Pink Floyd e io non lo sapevo. Mi sentii ferito da quella notizia. Ebbi la netta sensazione di aver perso tempo. 

lunedì 17 aprile 2017

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
E ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
Le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
Non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
Le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.


Eugenio Montale



giovedì 19 gennaio 2017

Poesia Selvaggia - Nizar Qabbani

(...)
Mia corolla di fiori, mia foresta d'henné, proteggimi.
Spogliati...
e lascia cadere la pioggia sulla mia sete.
Consumati come cera nella mia bocca
e impastati con ogni mia parte...
Spogliati...
e separa le mie labbra... come fece Mosè nel Sinai.

lunedì 16 gennaio 2017

Eco.

Mi ritrovai sul sagrato di Piazza S. Anna. Non c’era nessuno. Il sole di agosto arroventava le pietre che lastricavano l’intero piazzale, riflettendo scaglie di luce. Camminai con cautela, facendo attenzione a non scivolare, guardando le punte delle mie Jimmy Choo di vernice, finché mi ritrovai di fronte all’enorme portone della chiesa. Era aperto, ma la luce mi impediva di vedere all’interno. Tutto attorno era silenzioso, il sole mi bruciava le caviglie. Non c’era anima viva. Mi voltai a osservare il sagrato: in mezzo ai ciottoli spuntavano ciuffi d’erba e muschio; la statua di Sant’Anna, al centro, aveva un aspetto ruvido e consunto; la fontanella era asciutta. Ricordai i pomeriggi passati a inseguirci su quel sagrato, dopo la scuola, trent’anni fa. Mi chiesi che fine avessero fatto i miei compagni di allora, e assieme a loro l’entusiasmo che ci accompagnava. Chissà se qualcuno di loro lo aveva conservato, se erano ancora in paese oppure tutti quanti erano fuggiti, come me. Non tornavo in quel luogo da vent’anni. Mi sedetti sulla gradinata di marmo e cercai le sigarette. Ne accesi una, nonostante la calura del sole mi corrodesse. Fumai con calma, immaginando ancora le corse dei miei compagni tra le colonne del portico, chiedendomi se qualcuno di loro si fosse sposato proprio lì, qualche anno dopo. Forse qualcuno ci aveva fatto il funerale. Quel pensiero mi diede un brivido. Spensi il mozzicone sul gradino, cercando con lo sguardo un bidone della spazzatura. Non ce n’erano. Mi alzai e gettai la cicca oltre il piazzale, dentro un tombino. Buttai fuori l’ultima boccata di fumo, avviandomi verso il portone. Giunta lì davanti mi fermai, esitando qualche secondo. Poi chiusi con una mano un bottone della camicia ed entrai, cercando di fare poco rumore con i tacchi. La frescura della chiesa mi diede sollievo immediato, spingendomi a proseguire. L’odore di cera mi riportava agli anni del catechismo, delle liturgie di maggio, di suor Maria. La luce del sole filtrava dalle vetrate colorate, le panche ordinate (sembravano quelle di allora, di legno scuro) erano tutte vuote. Immersi le dita nell’acqua santa, freschissima, e accennai un segno della croce, provando una strana vergogna. In fondo alla navata si stagliava l’altare, lo stesso, completamente vuoto a parte un grosso cero bianco. Avanzai appoggiando le mani sulle panche alla mia sinistra. Camminavo piano, guardando il grosso crocifisso che sovrastava l’altare. Nell’ampio edificio risuonava solo il suono dei mie passi, come in processione. Arrivata quasi in fondo, mi fermai ed entrai in una delle file, sedendomi con cautela. La panca scricchiolò provocando un’eco lungo la navata. Mi voltai: non c’era nessuno. Guardai il crocifisso. Il Cristo pendeva sofferente, il sangue rosso gocciolava dai palmi, dal costato e dai piedi. Il suo capo, chino, ferito dalle spine, celava un volto che ricordavo bene. Quel volto mi aveva affascinato fin da bambina. Nonostante le ferite e il dolore, io scorgevo in quello sguardo un sorriso, una pace che mi rincuorava. Non avevo mai detto a nessuno di questa mia impressione, ma ricordavo i minuti passati ad osservare, dal basso, quel viso. Credevo mi guardasse a sua volta.
Distolsi lo sguardo. Osservai le mie cosce tese dentro la gonna, le ginocchia appena scoperte. Mi alzai, stirando il tessuto scuro verso il basso, in un impeto di insensato pudore. Mi inginocchiai. La panca scricchiolò di nuovo, con un suono che ritrovai nella mia memoria. Sentii l’odore di quel legno. Unii le mani di fronte a me, gli avambracci appoggiati allo schienale di fronte. Istintivamente chinai la testa. I pensieri più assurdi cominciarono ad accavallarsi nella mia mente: pensai all’appuntamento dal dentista, alle calze smagliate di mia madre, al mendicante che avevo intravisto dal taxi due giorni prima. Pensai a Claudio e al nostro ultimo incontro, come sempre fuggevole e feroce, al rapporto sessuale che avevamo avuto, particolarmente irruento. Cercai di distrarmi, ma più ci provavo e più quell’incontro mi tornava alla mente nei suoi dettagli più vivi. Non riuscivo a distogliere il pensiero dalle sue mani, dai baci e dalla veemenza con cui mi aveva presa quel pomeriggio. Mi vergognai di pensare a quell’incontro proprio lì, davanti al crocifisso. Lo scacciai e provai a pregare. Alla mia mente si affacciarono le preghiere studiate a memoria tanti anni prima, di cui allora (e forse anche oggi) ignoravo completamente il significato; erano soltanto suoni, noiosi e ipnotici, pronunciati senza intenzione. Mi concentrai. Inspiegabilmente, alla mia mente affiorò il pensiero che per tanto tempo avevo cercato di far scomparire, credendo persino di esserci riuscita: il vivaio. Il mio vivaio, rigoglioso e pulsante, lastricato di piante e fiori di ogni genere, rose, erbe aromatiche, bonsai, gerbere. La porta a vetri, il campanello. Il cartello vendesi, arancione, che avevo visto appeso su quel muro, e il numero di telefono stampato nella memoria. Lo schiaffo di Pietro quando gliene avevo parlato. Il sangue dal labbro. Il bruciore di quelle dita sul mio viso. La rabbia. La frustrazione. La depressione. I miei occhi neri. I capelli non lavati per giorni. Le ossa che spuntavano dai vestiti. Lo smalto rotto. 
Il vivaio. Mi concentrai su quella parola, la ripetei molte volte dentro la testa e poi a bassa voce, finché persi la cognizione del suo contenuto e la trasformai in un suono, una litania. Non so per quanto tempo andai avanti, forse qualche minuto, forse un’ora. Quando riemersi da quell’eco mi sentii come strappata improvvisamente da un sogno. Mi accorsi di aver chiuso gli occhi. La chiesa era immersa nella penombra, in silenzio assoluto; ripresi a sentire l’odore della cera e del legno. Mi alzai. Le ginocchia erano livide e doloranti. Mi sistemai lentamente i capelli, la camicia e la gonna, poi sgusciai fuori dalla panca e, con un ultimo sguardo al Cristo, mi inchinai. Poi mi voltai e uscii. 
Il sole mi colpì in pieno viso. Accesi una sigaretta, avviandomi verso la macchina. Dunque questo è pregare a cinquant’anni, pensai. Per la prima volta sapevo cosa fare.

venerdì 30 dicembre 2016

I tuoi occhi - Hikmet

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
che tu venga all'ospedale o in prigione
nei tuoi occhi porti sempre il sole.
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
questa fine di maggio, dalle parti d'Antalya,
sono così, le spighe, di primo mattino;
i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
quante volte hanno pianto davanti a me
son rimasti tutti nudi, i tuoi occhi,
nudi e immensi come gli occhi di un bimbo
ma non un giorno han perso il loro sole;
i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
che s'illanguidiscano un poco, i tuoi occhi
gioiosi, immensamente intelligenti, perfetti:
allora saprò far echeggiare il mondo
del mio amore.
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
così sono d'autunno i castagneti di Bursa
le foglie dopo la pioggia
e in ogni stagione e ad ogni ora, Istanbul.
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
verrà un giorno, mia rosa, verrà un giorno
che gli uomini si guarderanno l'un l'altro
fraternamente
con i tuoi occhi, amor mio,
si guarderanno con i tuoi occhi.

giovedì 29 dicembre 2016

Lodovica arrivò puntuale, prima di tutti gli altri. Le aprii la porta senza nemmeno chiedere chi fosse, sapevo che era lei. Aveva in mano una bottiglia di vino buono e una torta confezionata, di quelle del supermercato. Entrò senza rispondere al mio saluto, solo mugugnando qualcosa a labbra chiuse, appoggiando la torta e il vino sul tavolo della cucina. Indossava una gonna di velluto nera, calze color vinaccia, un maglioncino a righe e la sua sciarpa arancione buttata alla bell’e meglio su un cappottino di fustagno consumato. Ai piedi due stivaletti neri, i soliti. A guardarla le si sarebbero dati esattamente i suoi anni: trentuno e mezzo. Per me quei sei mesi erano evidenti. Avevo visto disegnarsi attorno ai suoi occhi quelle piccole rughe, come ventagli di carta. Sulle sue tempie, in trasparenza, avevo visto affiorare le due vene verdastre, una per lato. E in mezzo alla sua foltissima chioma corvina avevo assistito allo spuntare di un lungo capello grigio, spesso e ritorto. Di tutto questo, naturalmente, non avevo mai fatto cenno, e continuavo a dirle che ne dimostrava al massimo ventotto.
Dopo essere entrata si era sistemata sullo sgabello della cucina, addentando un panino vuoto.
-          Hai fame? le chiesi
-          Non lo so… possiamo aprire il vino?
-          Aspettiamo gli altri. Vuoi una birra, nel frattempo?
Fece di sì con la testa.
Presi una birra dal frigo e la versai in due bicchieri. Lei aveva il suo preferito, l’ultimo rimasto di un servizio preso coi punti dell’esselunga.
-          Come è andata?
-          Non mi va di parlarne.
-          Mi dispiace non essere potuto venire. Ti ho chiamato, nel pomeriggio, ma non hai risposto.
Non disse niente, continuava a guardare il pavimento.
-          Lodo… mi dispiace.
-          Di che cosa?
-          Di tutto.
-          Un tutto che non è più niente, Fabrizio. Quindi non dispiacerti.
-          Ok.
Le diedi un bacio rapidissimo sulla guancia e le accarezzai una spalla, spostandole i capelli indietro. La trovavo bellissima. “Ti voglio bene”, dissi. Lei accennò un sorriso e rispose “Lo so”.

In quel momento suonò il campanello, erano arrivati tutti. Linda, Giulio, Carlotta e Massimo.
Gli amici di sempre, perennemente in ritardo, ma con vino in abbondanza e biscotti fatti in casa. Ci salutammo nel caos generale che subito si era creato, felici di rivederci ancora una volta. Era la sera di capodanno. Dopo i convenevoli cominciammo a prendere l’aperitivo, ognuno seduto dove preferiva. Casa mia era un po’ anche casa loro, erano sempre andati e venuti senza invito. Mi piaceva questo nostro rapporto di confidenza e fiducia. Erano la mia famiglia.
La conversazione galleggiava tra gli ultimi aggiornamenti di gossip sugli amici assenti. Linda stava parlando di Maddalena e Cristian, una coppia di amici che da tempo non si vedeva più per motivi che non ci era dato sapere. Trovavano sempre una scusa per non uscire.
-          A quanto pare Madda è incinta. Ha fatto le cure, era gonfia come un pallone, me l’ha detto Marica. Non la invidio! Un figlio… da Cristian, poi! Per carità!
-          Perché parli così? Se lo desideravano…  disse Massimo
-          Massimo, ma ti ricordi come si sono conosciuti? Su un sito di incontri!
-          E allora? E’ un mezzo come un altro.
-          Ma per piacere! Sbottò Linda. Carlotta, non ho raigone?
-          Beh, effettivamente sono una coppia un pochino strana… in ogni caso un figlio adesso non lo vorrei proprio… adesso che forse finalmente avrò la promozione. Mi rovinerebbe completamente i piani.
-          Comunque secondo me non è di Cristian. Intervenne Giulio
-          E tu che ne sai?
-          Non lo so, è solo una sensazione…
Sorridemmo tutti. Poi Linda continuò
-          Pare che al giorno d’oggi vada di moda figliare. E’ così incoerente. Ci lamentiamo del mondo e continuiamo a produrre fagottini innocenti. Che senso ha?
-          Non la metterei su un piano sociologico – disse Carlotta – piuttosto sulla necessità biologica. Cosa che io non sento minimamente.
-          Io credo che molte donne siano convinte che senza figli non ci si senta realizzate. E’ una cazzata incredibile. Lodo, che dici?
-          Non lo so - Rispose Lodovica.
-          Accidenti, interessante! Fabrizio, ma anche tu sei muto stasera?
-          Scusate ragazzi, non sono molto ferrato sul tema.
Con la coda dell’occhio notai l’espressione rigida di Lodovica e le sue mani aggrappate al bordo dello sgabello.
-          Non serve essere ferrati, è sufficiente un’opinione -  disse Linda.
-          Non è un’opinione - disse Lodovica con un filo di voce -  e voi siete delle teste di cazzo.
-          Ehi! Che ti prende? Sei pazza? Ribattè Linda.
Guardai Lodovica. Aveva le mascelle strette e potevo vedere la sua tempia pulsare, le mani ancora strette allo sgabello. Eravamo tutti in silenzio.
 Scusate, disse. Si alzò e salì in bagno. Buttai l’asciugamano sul tavolo e la seguii, su per le scale buie.

domenica 25 dicembre 2016

parentesi

Rientrai dal pranzo di Natale. C’erano zia Clelia e i cugini. C’era l’anziana vicina di casa, che era sola. Mamma aveva pensato a tutto. Avevo ricevuto alcuni regali, impacchettati male. Una sciarpa di lana, verde. Una candela decorata a mano. Un cd di musiche tradizionali croate, evidentemente riciclato. La vicina mi aveva dato 25 euro. Mamma e papà 150. Più gli avanzi nelle vaschette di alluminio, con la data scritta sopra.
Faceva un freddo cane, le dita si tagliavano attorno ai manici delle borse, mentre salivo le scale di casa.
Mi accorsi di un mozzicone sui gradini. Sicuramente della sera prima, qualcuno degli amici che avevo ospitato. Lo raccolsi.
Entrai. Buttai le borse sul pavimento. Presi l’accendino e uscii. Rimasi appoggiata alla porta, accesi il mozzicone, aspirando. Fumai quel che ne restava, più parte del filtro. Mi piacque, non fumavo da anni. Mi venne voglia di continuare, prolungare quel gesto inutile. Non avevo sigarette con me, non ne avevo da tempo. Avevo finito anche quelle nascoste. Avevo finito quelle in macchina. Pensai che uscire per andare a comprarne fosse una follia. Non volevo quella responsabilità, avrei voluto solo trovarne una decina, fumarle fuori dalla porta, e poi più niente.

venerdì 25 novembre 2016

Pietro


- Scusa, sono in ritardo, per strada c’era un caos tremendo.

- Figurati, ormai lo do per scontato.

- Sei arrabbiata?

- No.

- Ti chiedo di perdonarmi.

- Ho detto che non fa niente.

- D’accordo. Hai già ordinato?

- No, ovviamente, a parte due o tre bicchieri di vino mentre aspettavo.

- D’accordo. Possiamo superare la cosa o pensi di farmela pagare per tutta la sera?
- Lascia perdere. 
Lo disse con un filo di voce, Viviana, come fosse stanchissima. Uscire con me le costava pazienza. E cosa otteneva in cambio?
- Hai voglia di qualcosa in particolare? Le chiesi, cercando di trafiggere lo schermo di ghiaccio che si era materializzato tra noi.
- Mi è passata la fame.
Esitai. Pensai che aveva tutte le ragioni di avercela con me, e non solo per quel ritardo, infondo trascurabile, ma per la somma di tutte le distrazioni, le scivolate e le mancanze che avevo accumulato fino a quel momento. Fino alle 20.45 di quella sera. Ci sono momenti, come quello, in cui tutto prende una forma chiara, un peso, come un dipinto impressionista che punto dopo punto arriva a definirsi in un insieme riconoscibile. Noi eravamo a quel punto, e la cosa mi disturbava.
-  Vuoi che ce ne andiamo? Dissi.
- Sì. Io me ne vado. Tu fai come vuoi.
Si alzò, mise il cappotto, lasciò venti euro sul tavolo per il suo vino e se ne andò. Mi resi conto di cosa fosse successo solo quando la vidi scomparire dietro la porta del ristorante.
Merda, pensai. Merda. 
Tornando a casa mi sentii preda di una stanchezza profonda. Mi ero sentito umiliato, in quel ristorante, non per come lei se n'era andata, ma perché aveva ragione. Aveva ragione su tutto, sulla mia inettitudine e la mia costante tendenza a rimandare le prese di posizione. Aveva ragione quando diceva che sono un ­­­bambino, anzi, precisava, un “vecchio immaturo”. Aveva ragione quando mi rinfacciava la lista dei miei ritardi, delle scuse, delle scelte che non la includevano. 
Appena entrato lo sguardo cadde su quello che aveva lasciato da me qualche giorno prima: il suo orologio d'argento, l'anello che aveva sfilato per lavare i piatti, gli orecchini che si era tolta prima di fare la doccia. Quei piccoli e luminosi oggetti parlavano di lei: della sua attenzione ai dettagli, la sua cura nel compiere anche i gesti più banali. Viviana era una donna consapevole della propria individualità. Non lasciava nulla al caso. Non era rigida o particolarmente esigente: semplicemente sapeva pensare al di là delle situazioni. Sapeva limitare i danni, se non addirittura evitarli. Era naturale, per lei, preoccuparsi delle conseguenze, programmare le eventualità. Sapeva che il suo anello si sarebbe arrugginito a contatto con l’acqua. Intuiva di dover togliere gli orecchini prima della sciarpa. Queste piccole accortezze la rendevano presente, sapeva sempre dove si trovava, al contrario di me, che brancolavo senza meta per casa e dentro la mia vita.
Mi buttai sul divano, pronto a guardare il soffitto per qualche minuto prima di cena. Sotto la schiena, però, qualcosa mi infastidì; afferrai l’oggetto e me lo portai davanti agli occhi: era il lettore mp3 di Viviana. L’aveva sempre con sé, ma io non avevo la minima idea di cosa ascoltasse. Lo accesi e mi portai le auricolari alle orecchie. La canzone partì a metà riproduzione, proprio sulla frase “we’re just two lost souls swimming in a fish bowl”. Dunque Viviana ascoltava i Pink Floyd e io non lo sapevo, né l’avrei mai immaginato. Mi sentii ferito da quella notizia. Ebbi la netta sensazione di aver perso tempo. 








sabato 5 novembre 2016

Due bicchieri pieni di un perfetto crème caramel rivisitato, scaglie di cioccolato e mousse alla fragola. L’esattezza della loro disposizione sul tavolo, la loro inquadratura. Ecco la mia vita. Due per due, due cucchiaini, due modi di raschiare il bicchiere. Buono, troppo dolce, la prossima volta più panna.
Ogni giorno, per sempre, due di due. Berrò dal tuo bicchiere e tu dal mio, scambieremo le forchette. La prossima volta sbaglierò ancora, non mi ricorderò. Non avrà nessun valore il nostro dopocena di stasera, scorderò l’ingrediente che mancava. Vetro, acciaio, la stessa liturgia. E ancora ci diremo troppo dolce? Meno panna? O arriveremo a non dircelo più, a tenerci il nostro cucchiaino, ognuno a lavare il suo bicchiere. Io ti odierò, per quanto ci metti a mangiare il primo strato, e già odio il modo in cui al rovescio porti in bocca il cucchiaino. Io ti odio, amore, odio la mia vita insieme a te. Odio prepararti questo dolce, dimentico che lo mangerai. Lo preparo con gelosia e rigore, per il mio gusto e il mio palato, scordando il tuo. Desidero deludere le tue aspettative, spingerti a sputarlo e a pensarmi un incapace. Io voglio fallire, tesoro, per salvarci dallo scempio della noia.

lunedì 24 ottobre 2016

Wislawa Szymborska
UN APPUNTO

La vita – è il solo modo
per coprirsi di foglie,
prendere fiato sulla sabbia,
sollevarsi sulle ali;

essere un cane,
o carezzarlo sul suo pelo caldo,
distinguere il dolore
da tutto ciò che dolore non è;

stare dentro gli eventi,
dileguarsi nelle vedute,
cercare il più piccolo errore.

Un’occasione eccezionale
per ricordare per un attimo
di che si è parlato
a luce spenta

e almeno per una volta
inciampare in una pietra,
bagnarsi in qualche pioggia,
perdere le chiavi tra l’erba;
e seguire con gli occhi una scintilla
nel vento;

e persistere nel non sapere
qualcosa d’importante.




mercoledì 14 settembre 2016

Per lei voglio rime chiare,
usuali: in -are.
Rime magari vietate,
ma aperte: ventilate.
Rime coi suoni fini
(di mare) dei suoi orecchini.
O che abbiano, coralline,
le tinte delle sue collanine.
Rime che a distanza
(Annina era cosí schietta)
conservino l'eleganza
povera, ma altrettanto netta.
Rime che non siano labili,
anche se orecchiabili.
Rime non crepuscolari,
ma verdi, elementari.


Per lei
Giorgio Caproni


martedì 7 giugno 2016

Livia è al sole. Cammina dentro la striscia di luce ritagliata tra le case, di sanpietrini roventi. Le espadrillas sembrano sciogliersi a ogni passo e colare tra le fessure del selciato, ma lei è più veloce. L’aria sa di pane, il cielo è pulito, non c’è anima viva. Solo qualche radio accesa soffia un po’ di musica fuori dal balcone, assopita. Tutto quanto sonnecchia. Anche il fioraio è chiuso, la serranda a metà.
Livia gode l’assenza di presenze umane. Assapora la sensazione di minuscoli occhi attorno a sé: lucertole a cuocere sui muretti, formiche ordinate lungo le grondaie, rondini sospese sui cavi elettrici. Cerca di fare poco rumore coi suoi passi che scandiscono un tempo asciutto e giallo. Avanza con il portamento di chi ha una meta. Il paese sembra abbracciarla, le finestre semichiuse le ricordano enormi palpebre appesantite, pronte per il riposino del dopopranzo. Il pomeriggio si srotola davanti a lei e si consuma svelto bruciandole la schiena. Non ha una meta, ma accarezza l’idea. Si accontenta di immaginare una persona ad aspettarla, in attesa dentro la stanza fresca di una casa bianca, antica, con qualcosa di nuovo da dirle...
Livia è sola.

sabato 2 aprile 2016

Ho cose nella testa. Alcune hanno i contorni, alcune sbavano. Quelle coi contorni sono pulite e di un colore primario. Vorrei dirtele, non scriverle, perciò le tengo dentro la bocca. Le altre non saprei nominarle, ma credo bastino il rosso il giallo e il blu per ogni sfumatura.
Come succede spesso parlo di quello di cui vorrei parlare. Ma tu sei pressoché irraggiungibile. Vorrei avere il tempo, quando è poco si ha l’impressione di sprecarlo. E’ sempre poco, così contato.
A volte avrei il coraggio di dirti molte cose guardandoti negli occhi. Adesso, ma tu non sei qui. Per cui scrivo, scrivo. Poi il momento passa e annego nel mio inchiostro virtuale.
Non riesco ad arrivare. Percepisco il fastidio dell’incomprensione come un materiale sgradevole sotto i polpastrelli. Hai ragione tu, nella chiarezza tagliente delle tue parole. Mi dici che non arriverai, e io imperterrita mi oppongo alle parole nell’inconscia convinzione che non siano legate ai pensieri.
Ma ho capito. La ragione, in volata e per pochi millesimi, scarta il cuore.
Queste isole di amore torneranno selvagge e disabitate. Ho sperato di mettere le radici sotto le palme.
C’è ancora molto d’inesplorato.
Ciao.

Soffitto viola.


lunedì 28 marzo 2016

domenica 27 marzo 2016

Così aspetto una mano sugli occhi, qualcuno che dica ferma, ci penso io. Una sera senza sparecchiare, una sorpresa, la luce accesa all’arrivo. 

quasi quasi